Tu Non Puoi
"Tu non puoi!", avevano esclamato le montagne sentendo il progetto della giovane sorella. Vettabianca era emersa circa seicento anni prima, e da allora viveva con le compagne nella catena dei Monti Aguzzi. Era una buona pietra, tutta punte e caverne... ospitava perfino insediamenti umani, piacere che altre montagne non potevano permettersi. Eppure, per lei, tutto questo non contava.
"Da qui - si lamentava - vedo solo un briciolo dell'universo. Per di più, l'erosione mi fa perdere centimetri ogni anno e riduce il mio campo visivo! Invecchierò ignorante, senza aver conosciuto altro che quest'angolo di terra."
Le altre montagne non si erano mai preoccupate troppo di quelle fantasie, o del fatto che invidiava gli esploratori che scalavano le sue pendici. In fondo Vettabianca era ancora una bambina, con tutto il diritto di credere nei sogni. Quella sera, però, le cose stavano andando oltre. E, da lì, il coro di "Tu non puoi".
"Perché no?" Aveva replicato la giovane. "Tutti viaggiano: gli umani, gli elicotteri, persino le lettere con quei corpi anoressici".
"Ma tu sei una montagna!"
Vettabianca non capiva.
"Sei di roccia, trasporti ghiacciai... E poi sei enorme!"
Vettabianca restò di pietra. "Ormai ho deciso. Voglio conoscere il mondo, perciò domani all'alba mi metterò in viaggio. E adesso scusatemi: devo riposare".
Le altre si erano zittite. Non c'era modo di ragionare al momento, e forse una buona dormita avrebbe dissuaso l'amica. Ma non appena i primi raggi avevano sfiorato il cielo, Vettabianca, con uno sforzo immane che aveva scosso la terra, aveva sradicato le proprie fondamenta.
Ci volle un po' perché la situazione apparisse per quella che era. Dapprima il terremoto sembrava normale, il suolo tremava e gli abitanti e fuggivano da case in rovina. Ma poi, quando un panorama mai visto comparve all'orizzonte, fu chiaro che La montagna si stava letteralmente muovendo. Fu organizzato un meeting di emergenza per capire come fermare la tragedia. I soccorsi eressero tende, la polizia fece sgombrare le città nel raggio di 100 km. Vennero diramati inviti alla calma. Di certo quel fenomeno non sarebbe durato a lungo, sarebbe bastato portare pazienza... Due ore più tardi, di quelle illusioni non restava traccia.
Vettabianca camminava a fatica, trascinandosi dietro grotte e ghiacciai. Era difficile mantenere un'andatura regolare. Spesso viaggiava su terreni dissestati, e doveva affannarsi per superare laghi e città. Comunque ne valeva la pena. Il mondo era straordinario. Esistevano alberi giganti, castelli, sorelle più piccole ansiose di incontrarla!
Non si preoccupava per i danni che causava. Gli umani avrebbero ricostruito i loro edifici, innalzandoli se possibile più belli di prima. Inoltre, qualche morto non poteva far altro che bene a quel pianeta sovrappopolato. Le dispiaceva soltanto di non poter volare. Le stelle l'attraevano tanto.
Dall'apollo 24, scienziati e militari studiavano Vettabianca. Avevano ritenuto più sicuro osservarla dallo spazio, lontani dal pericolo di esserne schiacciati. Parecchie metropoli si erano sgretolate sotto quel peso. Parigi non esisteva più. Londra, ormai, era un cumulo di macerie. Gli umani che potevano permetterselo erano scappati su shuttle, ma per la maggior parte vagavano di luogo in luogo, cercando di non incrociare la strada della montagna. Erano stati fatti vari tentativi per fermarla. Inizialmente si erano lanciate gabbie giganti, una soluzione proposta dagli ambientalisti con lo slogan "Minimo impatto, massimo effetto!". Poi, su consiglio di persone più sensate, avevano provato a indurre frane e a trivellarla con trapani punta 1000. Tuttavia, quegli interventi costavano, ed i crateri aperti sul monte non compensavano le perdite di civili. I membri dell'Apollo 24 costituivano l'ultima risorsa. Vivevano in un clima da conclave, prigionieri di quella navetta finché non avessero risolto il problema. Finora avevano scartato gli esplosivi nucleari. "Troppo devastanti”, dicevano. Ma calcolando la distruzione già provocata da quel mostro, non ne erano più sicuri.
Vettabianca era triste. Gli uomini le scagliavano contro oggetti per ferirla. Le altre montagne l'avevano rinnegata, l'avevano definita un abominio della natura. Lei continuava a viaggiare, cercando di non dar peso alla propria solitudine. C'era ancora molto da scoprire, quindi le giornate passavano in fretta... Ma di notte non aveva alcuno scudo contro le domande che l'assalivano. Se ne stava immobile aspettando di dormire, e invece arrivavano le riflessioni con il loro carico di inquietudine. Non pensava che fosse un errore seguire i propri sogni. Sapeva che la gente apprezzava chi ci provava, e che invidiava quei coraggiosi che lottavano per realizzarli. Sapeva anche che c'erano sogni brutti, ma non riteneva che il suo fosse tra quelli... Un'attività che le dava tanto benessere non poteva essere malvagia. Ma allora perché tutti la ostacolavano? Certo, era una montagna, e i monti di solito non viaggiano... Ma solo perché lei era la prima non significava che chiedesse l'impossibile.
È vero - si diceva - ho creato un po' di problemi... Ma sono risolvibili... E poi nessuno mi ha mai insegnato un modo meno drastico di perseguire il mio sogno! Nessuno mi ha mai aiutata!"
Si agitava così per ore, in bilico tra l'autocommiserazione e la voglia di credere in sè stessa. Ma quando infine si addormentava, era decisa a non mollare.
Gli scienziati erano pronti. Dall'alto della loro navicella, attendevano l'ultimo segnale per dare inizio all'operazione. Tutto era programmato nei minimi particolari. Nessuno avrebbe voluto arrivare a tanto... Ma se non avessero agito, avrebbero perso il loro mondo.
I profughi ancora sulla terra vennero riuniti in bunker sotterranei. Sette aerei decollarono da un aeroporto sopravvissuto. Si diressero verso la montagna, tranquillamente adagiata in una pianura del Nord America. Poi, ricevuto l'ordine, sganciarono i loro doni della morte.
Vettabianca contemplava il cielo quando gli umani la raggiunsero. Probabilmente le avrebbero fatto del male, ma quel giorno aveva camminato molto ed era troppo stanca per darsi alla fuga. E poi quanto poteva importarle? Avevano tentato più volte di ucciderla, ma lei era ancora in piedi, ce la stava facendo!
Un dolore lancinante la pervase non appena la prima bomba si schiantò sul suo fianco destro. La giovane provò a sollevare le fondamenta, a scappare come faceva sempre... Ma ormai era troppo tardi. Iniziò a sbriciolarsi sotto i colpi del bombardamento, prima un versante, poi l'altro, finché non divenne una nube di polvere.
Era difficile per Vettabianca mantenere la consapevolezza di sé. Tentava di radunare i granelli di sabbia che una volta erano il suo corpo, ma non serviva a niente. L'unica cosa che le rimaneva era un pensiero terribile: "Io non esisto più."
Poi, nel cielo comparvero delle luci. Erano di tutti i colori, e alcune disegnavano figure strane... Un fiore dalle punte dorate, una pioggia di fiocchi argento che sarebbe stato magnifico ammirare da vicino. Accanto al pensiero terribile, tornò la curiosità. Certo, la montagna Vettabianca non esisteva più, ma il suo sogno era ancora intatto ed esigeva che qualcuno lo seguisse... e forse, adesso che non era più sé stessa... Che era una nube di sabbia...
Una folata di vento mosse i granelli. Vettabianca esitò, davvero gli uomini gliel'avrebbero lasciato fare? Davvero poteva andare fin lassù? La folata soffiò di nuovo, spingendo con dolcezza i suoi detriti a sollevarsi in aria. Così Vettabianca, finalmente libera da un'ingombrante natura, intraprese il suo primo volo sotto i fuochi artificiali che celebravano la sua morte.